New York: Jerry Saltz ci elenca il peggio dell’arte del 2010.

Damien Hirst alla Gagosian Gallery di Madison Avenue

Jerry Saltz. Un nome e una leggenda della penna “pungente” americana. Per quasi dieci anni (dall’aprile del 2007 scrive per la rivista New York) è stato il critico del Village Voice, popolare settimanale newyorkese, è’ stato per tre volte finalista al Pulitzer Prize e nel 2007 ha vinto il Frank Jewett Mather Award per la critica d’arte. I suoi articoli sull’arte contemporanea sono letti in tutto il mondo soprattutto per la sua vena ironica, sarcastica. O si ama o si odia. Nessuna via di mezzo, nessuna sfumatura. Come fa d’altronde lui che, a dirla tutta, è uno che non ha proprio “peli sulla lingua”. Come cantava Giuni Russo nel 1994: “se fossi più simpatica sarei meno antipatica”.

Jerry Saltz con Bill Clinton

Questo è Jerry Saltz. Da pochi giorni è uscito sul New York il suo articolo: Top 10 Art Shows 2010. Ad un occhio attento come il nostro è sembrato che il caro Jerry “risentisse”dell’atmosfera pre-natalizia. Il tutto era alquanto strano. Doveva assolutamente rinsavire. Pochi giorni dopo esce nella sezione Ask an Art Critic curata da Saltz una risposta ad una lettera di un certo non meglio identificato David Jones che gli chiedeva delucidazione sulla sua Top 10.

Art Basel Miami Beach

Bene, il nostro Jerry ha preso la palla al balzo elencando così le 10 mostre o avvenimenti peggiori accaduti nell’arte americana durante il 2010. Il “bravo” ragazzo non ha perso tempo e ha stilato un acume prontuario. Partiamo così dal decimo posto. L’Art Basel Miami Beach in scena a dicembre ha visto protagoniste sequenze di dibattiti “skin-scrowling” ovvero da far “accapponare la pelle”, così scrive il critico, dove non abbiamo che l’imbarazzo della scelta. Tra Silvia V. Fendi che ha dichiarato che collezionare arte è “il nuovo modo di fare shopping” ad Aby Rosen che ci ha illuminato dicendo che “le fiere d’arte inoltre sono posti dove i super-ricchi possono socializzare con persone del loro stesso livello”. Bene. Passiamo oltre.

Tim Burton al MoMa

Al nono posto vediamo piazzata la retrospettiva di Tim Burton al MoMa. E’stato denunciato come un evento commerciale. Probabilmente è così ma ce la sentiamo di spezzare una lancia a favore di Tim Burton. Insomma, se a me chiedessero di fare una mostra sui miei disegni al MoMa anch’io direi: si certo! Quindi lo scopo, benché commerciale, è comunque legittimo. O no?! All’ottava posizione ecco che appare la mostra di Rivane Neuenschwander al New Museum definita troppo ovvia e sentimentale. Skin Fruit sempre al New Museum si merita il sesto posto.

Peter Greenway all'Armory

Fin troppo incline al mercato contemporaneo rischia, come è accaduto, di non piacere molto al pubblico. Peter Greenway all’Armory con la sua installazione filmica ispirata a L’Ultima Cena appare priva di vere idee. Noi ci aggiungiamo che appare più che altro kitsch. Quinto Gabriel Orozco al MoMa: “anemic and (intentionally) precious”. Ed ecco che spunta il giovane (ormai non più tanto) artista britannico Damien Hirst. La mostra The End of an Area alla Gagosian di Madison Avenue appare proprio come la fine di qualcosa. Basta diamanti in ogni dove! E i quadri sono essenzialmente “bad”.

Gelitin da Greene Naftali

Ma saliamo sul podio. Medaglia di bronzo per il collettivo Gelitin da Greene Naftali. Tra il pittoresco e la recita scolastica, le loro installazioni hanno prodotto un risultato rasente il grottesco. Adesso vi starete chiedendo: si potrà fare di peggio? Secondo Saltz si. Infatti per il critico la medaglia d’argento se la merita degnamente 50 Years at Pace. La galleria ha celebrato così il mezzo secolo mettendo in mostra di tutto, ma proprio di tutto. Come si dice “il troppo stroppia”. Ottime opere ma che tutte assieme creano confusione.

Robert Wilson in Perchance to Dream

Ci troviamo adesso sullo scalino più alto. Saltz consegna la medaglia d’oro a Robert Wilson che ha portato in Perchance to Dream un ritratto multimediale di Roberto Bolle. Come dice Saltz “once long ago Wilson excelled in the theater. He has absolutely no talent as an artist”. Ci sembra una motivazione più che valida. Cosa dire di più? Il critico che ha insegnato alla Columbia (NY), alla School of Visual Arts (NY) e all’Art Institute of Chicago ed ha una pagina su Facebook con la quale ama intrattenere i suoi fans su problematiche varie del mondo dell’arte è uno dei pochi occhi critici dell’arte contemporanea. Disse tempo fa “Cerco di scrivere in modo diretto e non in critichese. Non semplifico, né appiattisco le mie reazioni […] cerco di contestualizzare quello che vedo ed esprimo giudizi nella speranza che non riflettano solo la mia semplice opinione. Fare così richiede qualcosa di più che avere una posizione o una teoria. Richiede qualcos’altro e questo qualcos’altro è ciò che dà senso all’arte e alla critica”. In sintesi, ci si prende troppo sul serio. Semplificare non vuol dire sminuire. Soprattutto nell’arte contemporanea.




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